A 48 anni dalla morte di Paolo VI

Intervento del Segretario Generale dell’Istituto Paolo VI, Prof.ssa Simona Negruzzo, sul settimanale diocesano di Brescia, La Voce del popolo del 5 agosto 2026:

PAOLOVI: FECONDO PER IL TEMPO PRESENTE

Il 6 agosto 1978, festa della Trasfigurazione, moriva Paolo VI. Da allora la sua figura ha attraversato stagioni alterne: dapprima il peso delle tensioni postconciliari, poi una progressiva riscoperta storica, culminata nella beatificazione e nella canonizzazione. Eppure, la vera attualità di Giovanni Battista Montini non sembra derivare dal naturale processo della memoria ecclesiale. Piuttosto, nasce da una constatazione che oggi appare sempre più evidente: molte delle questioni sulle quali egli concentrò il proprio magistero sono tornate al centro della vita della Chiesa. I primi mesi del pontificato di Leone XIV sembrano confermarlo.

Pur nella differenza delle personalità e dei contesti storici, ricorrono parole, immagini e prospettive che richiamano spontaneamente il lessico montiniano. Non si tratta semplicemente di citazioni, né di una scelta programmatica di recuperare un predecessore. È qualcosa di più profondo: alcune intuizioni di Paolo VI sembrano aver riacquistato una sorprendente forza interpretativa.

La prima è il dialogo. Quando, nel 1964, Paolo VI pubblicò Ecclesiam suam, propose un paradigma destinato a segnare l’intero pontificato. Il dialogo non era un cedimento al relativismo né una tecnica diplomatica, ma il modo stesso con cui Dio entra nella storia degli uomini. Per questo anche la Chiesa è chiamata a incontrare prima di giudicare, ad ascoltare prima di parlare, a costruire relazioni prima ancora di formulare risposte. In un tempo segnato da polarizzazioni ecclesiali, culturali e politiche, Leone XIV torna con insistenza sulla necessità dell’ascolto reciproco, della pazienza, dell’incontro. È difficile non riconoscere, dietro queste parole, l’eco di quella convinzione montiniana secondo cui il dialogo non impoverisce la verità, ma ne manifesta la forza.

Accanto al dialogo riemerge il tema della comunione. Paolo VI fu il Pontefice che tradusse nella vita della Chiesa la collegialità maturata nel Concilio Vaticano II, dando vita al Sinodo dei Vescovi e insistendo costantemente sulla corresponsabilità ecclesiale. Per lui l’unità non coincideva con l’uniformità, ma nasceva dalla capacità di armonizzare differenze, carismi e sensibilità. Anche oggi Leone XIV parla di una Chiesa che non teme la pluralità, purché essa rimanga radicata nella comunione. È un linguaggio che mostra come il problema non sia mutato: la sfida consiste ancora nel custodire l’unità senza soffocare la ricchezza delle diversità.

Ma forse il tratto più attuale di Paolo VI riguarda il suo modo di abitare la storia. Egli visse alcuni tra gli anni più inquieti del Novecento: contestazioni, terrorismo, guerra fredda, profonde trasformazioni culturali ed ecclesiali. Avrebbe avuto molte ragioni per assumere uno sguardo pessimista. Scelse invece la via della speranza.

La speranza montiniana non era ingenuo ottimismo. Nasceva dalla convinzione che la grazia continui a operare dentro la storia anche quando essa appare attraversata da contraddizioni e fallimenti. È una prospettiva che oggi ritorna nelle parole di Leone XIV, quando invita la Chiesa a non lasciarsi imprigionare dalla paura, dalla contrapposizione permanente o dalla nostalgia di un passato idealizzato.Anche il tema della pace appare sorprendentemente attuale. L’appello di Paolo VI all’Onu − “Mai più la guerra” − continua a rappresentare uno dei momenti più alti del magistero pontificio del Novecento. Non era uno slogan, ma la sintesi di una convinzione maturata nella fede: la pace nasce dal riconoscimento della dignità dell’altro, dalla giustizia, dal dialogo tra i popoli. In un mondo nuovamente segnato da conflitti, il richiamo di Leone XIV alla responsabilità internazionale, alla diplomazia e alla costruzione della pace sembra riprendere quella stessa eredità, mostrando quanto il pensiero montiniano mantenga una sorprendente capacità di leggere il presente.

Vi è infine una dimensione che attraversa tutto il magistero di Paolo VI: la missione. Nell’Evangelii nuntiandi egli descrive una Chiesa che evangelizza anzitutto attraverso la testimonianza. L’annuncio cristiano non si impone; convince nella misura in cui diventa vita. Anche su questo punto le parole di Leone XIV sembrano inserirsi in una linea di continuità, privilegiando una presenza ecclesiale capace di accompagnare, servire e condividere il cammino dell’umanità. Forse proprio qui risiede la ragione della rinnovata attualità di Paolo VI. Non tanto nell’essere stato il papa del Concilio, quanto nell’avere intuito alcune dinamiche che oggi appaiono ancora decisive: il dialogo come stile ecclesiale, la comunione come forma della cattolicità, la pace come responsabilità universale, la missione come testimonianza e la speranza come modo cristiano di abitare la storia.

Il rischio delle commemorazioni è quello di trasformare i grandi protagonisti della vita della Chiesa in figure monumentali, da ammirare più che da ascoltare. Paolo VI sfugge a questo destino. Ogni volta che la Chiesa si interroga sul rapporto con il mondo contemporaneo, sul significato dell’evangelizzazione, sul valore della pace, sull’esercizio del dialogo e sulla ricerca dell’unità, la sua voce torna a farsi sorprendentemente vicina.

Per questo il 6 agosto non è soltanto una ricorrenza della memoria. Può diventare un invito a rileggere un magistero che il tempo non ha consumato. Anzi, forse proprio il tempo ne ha rivelato la natura più autentica: quella di un pensiero capace di oltrepassare la stagione che lo ha generato per continuare a offrire criteri di discernimento alla Chiesa del XXI secolo. Forse la migliore commemorazione di Paolo VI non consiste nel ricordare ciò che ha fatto, ma nel verificare quanto il suo modo di pensare la Chiesa stia ancora fecondando il presente. Se è così, il suo magistero non appartiene semplicemente alla storia della Chiesa: continua a far parte della sua coscienza.